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Katane: Impresa debole se l’etica diventa un’etichetta - G. Fabi
Postato il Lunedì, 15 febbraio @ 22:42:19 CET di katane

Katane Il Sole 24 Ore – 4 Feb 2010 n. 34
Impresa debole se l’etica diventa un’etichetta (Gianfranco Fabi)
Il concetto di “bene comune” fa parte, per tradizione, più delle categorie morali che di quelle economiche. Lo ha ricordato nei giorni scorsi la figura di Sant’Agostino, riportata dall’attualità con uno sceneggiato televisivo in cui l’autore della Città di Dio è colui che propone la dimensione religiosa (“vivere secondo lo spirito”) come elemento fondamentale di un positivo ordine sociale: ed è anche in questa logica che il “bene comune” viene letto più nella prospettiva della solidarietà che non è in quella, tipicamente aziendale, dell’efficienza.

Può quindi sorprendere che un libro che parli d’impresa moderna non solo abbia come titolo Contro l’azienda etica, travolgendo decenni di teorie managerialmente corrette, ma abbia anche il coraggio nel sottotitolo Per il bene comune. Il libro è di Carlo De Matteo ed ha tra i suoi maggiori motivi d’interesse una conservazione finale del’autore con Marco Boglione, imprenditore, patron di BasicNet, conosciuto anche per uno dei suoi marchi più famosi come “mister RobediKappa” (e che peraltro di questo libro è anche l’editore). Ebbene Boglione può permettersi il lusso, sulla base dell’esperienza di un’azienda di successo, di ribaltare uno dei capisaldi dell’economia classica: il fatto, teorizza da Adam Smith, che la mano invisibile del mercato faccia sviluppare l’interesse collettivo grazie al perseguimento degli interessi individuali. “Bisognerebbe trovare il modo –afferma Boglione- di mettere al centro l’interesse collettivo come causa dell’interesse individuale perché l’individuo ha maggiore consapevolezza della sua individualità quando è capace di mettersi a sistema, di organizzarsi”. Ma non si tratta d’introdurre schemi nuovi nelle strategie manageriali e nemmeno d’elaborare strategie programmabili a tavolino. E questo perché, sottolinea De Matteo, l’azienda non può avere un a visione etica propria, una visione che possa prescindere dall’essere “una comunità di persone che secondo ruoli, responsabilità e legittimi interessi, ne esprimono dinamicamente i fini, l’organizzazione, la struttura e, di conseguenza, la cultura”. Ecco allora la provocazione: l’impresa, e con essa il sistema economico, possono recuperare efficienza e competitività se sanno integrare le motivazioni con le competenze, la responsabilità con le regole, la visione con l’analisi di mercato. Soprattutto in una fase come l’attuale, il messaggio è quello di non illudersi che bastino codici etici e principi di governante, da esporre come un’etichetta, per ridare insieme efficienza e trasparenza. La via d’uscita è in quella dimensione che, nei fatti, gli imprenditori italiani hanno in gran parte seguito anche senza teorizzarla: “perseguire il bene comune è il modo migliore per assicurarsi, nel tempo, la soddisfazione degli interessi individuali”. Magari realizzando il paradosso di quella concorrenza cooperativa che è stata alla base dell’anomalia positiva dei distretti industriali.

 
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